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> Com'è sorto il    Giardino    Zoologico di    Roma
> L'ampliamento del    Giardino
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La creazione degli animali
(Jan Breughel il Vecchio)


Il leone
(Museo Vaticano)



I mostri del Nilo


Caccia alla tigre nel Circo


Museo Vaticano
Sala degli animali



Una pantera


Il Mosaico di Bona
ROMA E LE BELVE
IL VIVARIUM IMPERIALE

Non v'ha dubbio che il possesso di un Giardino Zoologico era per Roma un dovere nei rapporti storici: nessuna città al mondo vide in tempi gloriosi tanta quantità di animali esotici, ne ammirò la superba bellezza, si entusiasmò alla loro ferocia, si deliziò dei loro giuochi e delle fiere lotte con gli uomini.
Di esse Roma imperiale fece uno strumento di giustizia per i malfattori: per esse provò l'emozione di sacrifici sublimi, da parte di chi apriva al mondo la via di una nuova civiltà.
Poteva Roma dimenticare una tradizione che per secoli commosse lo spirito del suo popolo e ne irrobustiva l'anima nel disprezzo della vita?
Oggi evidentemente ai Giardini Zoologici è affidata ben diversa missione di quella che era riservata all'antico Vivarium.
Non si chiede più agli animali in essi raccolti di dare spettacolo della loro ferocia; si vuole soltanto mostrare, nelle loro diverse caratteristiche, la superba varietà della natura, per sentire di questa la mirabile grandezza ed ammirarne il divino disegno; disegno sublime, di cui il Creatore stesso si compiacque, se nella Genesi è scritto : ... e vide Iddio che ciò bene stava. (Cap. I. 25)

Il Giardino Zoologico pertanto risponde oggi ad un compito nobilissimo di civiltà, che se non offre le tenaci emozioni di tempi lontani, ci lancia col pensiero nei misteri infiniti della vita in tanta parte del mondo.
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Le origini del Giardino Zoologico vanno ricercate nei sontuosissimi parchi creati dagli antichi re assiri, babilonesi, persiani, egiziani, a scopo di lusso e di ornamento delle rispettive reggie. Sculture e pitture a noi pervenute da quelle antiche civiltà ci mostrano come lo sport favorito dei re assiri fosse la caccia alle grandi fiere e specialmente al leone. In numerosi bassorilievi vediamo il biblico Sardanapalo raffigurato nell'atto di colpire un leone stando a cavallo, o combattendo corpo a corpo con questo. La passione per simile sport determinava la costituzione di grandi parchi per raccogliervi le belve riservate alla caccia. Zilostrato e Ammiano ci informano poi come anche i re e i satrapi della Persia avessero grandi parchi per animali feroci, dei quali spesso facevano doni. Grandi cacciatori di belve erano altresì gli egiziani, le cui terre erano specialmente infestate da numerose fiere.
Le cronache antiche ricordano Amenhotep II che nei primi dieci anni di regno uccise 200 leoni!
I parchi ,dei Faraoni assunsero grandi estensioni e in sculture e pitture egiziane troviamo rappresentate le modalità della caccia per catturare gli animali vivi che generalmente prendevasi al laccio, oppure con la boIa.
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In tempi remoti l'Italia vide i primi animali esotici nei serragli ambulanti dei sacerdoti di Cilbele e di Iside, venuti dall'Egitto e dalla Grecia e nei circulatores, esibitori di bestie feroci. Di questi rimase celebre lo schiavo Androclo che seco recava un leone, tenuto a guinzaglio: il famoso leone da lui guarito di una spina che gli si era conficcata in un zampa e che perciò si era a lui avvinto da gratitudine!
I romani peraltro non conobbero le belve che nel 273 a.C. quando furono inviati in Roma quattro elefanti conquistati dal Console Curio Dentato alla battaglia di Taranto, nella guerra contro Pirro, Re dell'Epiro, e dei quali i romani ignoravano perfino il nome, tanto da chiamarli lucanas boves, dalla località in cui erano stati catturati. Dieci anni più tardi però Lucio Cecilio Metello, reduce dalla Sicilia, dopo la vittoria di Panormo contro i carta;ginesi ne recava a Roma ben 142, i quali, dopo aver figurato nel suo trionfo, furono uccisi dai legionari nel Circo Massimo.
D'allora sorse nei romani l'entusiasmo per gli spettacoli venatori, onde Marco Fulvio Nobiliore, il vincitore di Etolia, nel 186 a.C., sciogliendo un voto fatto nella guerra, offriva al popolo, nel trionfo, una grande caccia al Circo, per la quale adunava così gran numero di leoni, di pantere e di altre belve africane che lo spettacolo, come afferma Tito Livio, nulla ebbe da invidiare a quelli dati in seguito da Augusto. Lo stesso storico narra che nelle feste dell'anno 168 a.C. promosse dagli edili curuli Nasica e Lentulo, presero parte "sexaginta tres africanos et quadraginta ursos et elephantes" Peraltro generalmente si cacciavano capri, cervi, cinghiali, orsi, bufali, provenienti dalle Puglie, dall'Appennino, dalle Paludi Pontine.

La passione dei giuochi venatori finì per non aver limiti.
Scevola, nella sua edilità, dava la caccia di molti leoni e Silla celebrava la pretura da lui ottenuta con altra caccia, nella quale erano esposti cento leoni, che sull'arena del Circo erano uccisi da abilissimi arcieri, inviati a tale scopo dall'Africa dal Re Bocco.
Quando la potenza della Repubblica si estese alle più lontane regioni del mondo conosciuto, e cioè nell'ultimo mezzo secolo a.C., gli spettacoli venatori assunsero una imponenza meravigliosa, figurando in essi animali sempre più rari e al popolo sconosciuti.

Nei giuochi dati da Scauro per la sua edilità, oltre 150 belve africane comparvero nel Circo e con esse - come ricorda Plinio - due specie di mostri del Nilo, fino allora mai visti: un ippopotamo e cinque coccodrilli: in quelle date da Pompeo, per festeggiare la dedicazione del suo teatro, venivano uccisi in cinque giorni - come sappiamo da Dione - 500 leoni e, nell'ultimo giorno, 18 elefanti: Plinio aggiunge che gli elefanti, attaccati dai legionari, erano divenuti feroci e più volte tentarono di irrompere sul popolo. A questo spettacolo concorse un altro animale fino allora sconosciuto: il rinoceronte, che Cicerone segnala nelle sue lettere.

Cesare, dieci anni dopo, dedicando il suo Foro e il tempio di Venere Genitrice, volle superare il suo emulo nella grandiosità delle cacce offerte al popolo e - come afferma Svetonio - mostrava allora un animale che destava l'universale meraviglia: un cameleopardalis, cioè la giraffa, chiamata così dalle caratteristiche del suo pelame.

Lo spettacolo fu quanto mai superbo, specialmente per la caccia data a 20 elefanti, nella quale misuravansi 500 fanti e 300 cavalli. Nell'occasione Cesare, per rendere più sicuri gli spettatori, faceva scavare lungo il podio del Circo un canale pieno d'acqua corrente.
Non è possibile tener conto di tutti gli spettacoli venatori offerti d'allora al popolo di Roma. Ricorderemo soltanto che 11 anni a.C. vi comparve la tigre, animale che a Varrone sembrava imprendibile per la sua ferocia, ma che, al contrario, figurava più tardi nei giuochi anche addomesticata. Sotto l'impero di Augusto, che specialmente deliziavasi di questi spettacoli, furono uccise nei giuochi da lui dati, come afferma Aurelio Vittore, non meno di 3500 fiere.

Durante l'impero la passione dei giuochi venatori crebbe a tal punto oche tutti gli imperatori, per accattivarsi il favore popolare, si fecero un dovere di renderli sempre più sontuosi, essendo i giuochi divenuti ufficio della Corona, donde sorse la necessità di costruire enormi reparti, nei quali così gran numero di animali potesse essere raccolto, allevato e addomesticato. Roma ebbe perciò il Vivarium, detto così perché conteneva animali vivi. Sorse fuori porta Prenestina (Maggiore) e ci viene ricordato da Procopio, perché ,da questo luogo Vitige, nel 537 d.C. dava l'assalto alle mura di Roma.
Il Vivarium comprendeva celle per animali feroci e campi e selve per cervi ed antilopi; era un vero e proprio Giardino Zoologico, di proporzioni grandiose. Pare che un altro Vivarium, per la scuola dei bestiari, si trovasse anche al Celio, presso l'Anfiteatro Flavio, e precisamente sull'area della Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo. A fianco di questi serragli esistevano in Roma e nei dintorni grandi parchi zoologici.
Vasti recinti per gli elefanti erano nella pianura boscosa di Ardea a 6 Km. dal mare, dove si conducevano direttamente gli animali dall'Africa; altri recinti similari erano a Tibur (Tivoli) e altrove pascoli per antilopi, onagri, struzzi, ecc.
Né mancavano piccoli serragli nei giardini imperiali, destinati a raccogliere collezioni di animali esotici, fra i quali rimase celebre quello di Nerone al Palatino.
Possedere nelle loro ville serragli di fiere, era poi una manifestazione di lusso per le grandi famiglie patrizie per dare cacce e spettacoli in occasione di avvenimenti privati, matrimoni, funerali, ecc. Gli animali esotici avevano del resto un grande valore venale, come possiamo arguire da Giovenale, cosa del resto spiegabile, date le grandi spese che richiedevano le cacce e il trasporto. Malgrado ciò, la moda di tenere serragli era tanto diffusa che gli edili dovettero intervenire con un decreto per disciplinarla in modo che gli animali raccolti non potessero nuocere. Cicerone, quando era proconsole in Celicia nell'Asia Minore, era più volte sollecitato dall'amico Celio, Questore di Roma, a procurargli delle pantere, considerando cosa vergognosa per lui non poter ottenere quello che Curione aveva avuto da Patisco!

Date queste necessità di carattere pratico sociale è facile immaginare quale vastità dovesse avere il Vivarium imperiale per raccogliere 1'enorme numero di animali richiesti per i pubblici giuochi.
Si trattava spesso di più migliaia di soggetti delle specie più varie.

Il Loisel, valendosi dei racconti degli storici, ricostruisce la consistenza del Vivarium dei diversi imperatori nel modo seguente:

Vivarium di Augusto: Dicemmo come Augusto durante ,gli ultimi anni del suo impero (dal 29 al 14 a.C.) avesse tratto dal suo serraglio non meno di 3500 animali. Questo complesso cospicuo di bestie esotiche si ripartiva in:

a) 400 tigri, di cui una addomesticata, a lui donata durante il viaggio a Samo (Plinio VIIl 25);
b) 260 leoni;
c) 600 bestie africane (pantere, leopardi ed altri carnivori);
d) 1 rinoceronte;
e) 1 ippopotamo (il primo animale di questa specie comparso in Roma e per il quale Augusto faceva scavare uno speciale bacino);
I) 36 coccodrilli;
g) un numero imprecisato di elefanti, orsi, foche, aquile, oltre un serpente lungo 50 cubiti (circa 25 m.) che Augusto faceva esporre nel Comizio, presso il Foro.

Augusto era un grande cultore di storia naturale; egli non solo amava ,di avere una ricca collezione di uccelli, ma aveva raccomandato ai romani destinati a viaggi in paesi lontani, di informarlo di tutte le curiosità che avessero incontrato.

Per gli altri imperatori ecco sommariamente la consistenza del Vivarium, di cui si ha notizia:
Vivarium di Caligola (37-41 d.C.) 400 bestie africane, 400 orsi e cammelli.
Vivarium di Claudio (41-54 d.C.) 4 tigri addomesticate, 300 bestie africane e 300 orsi.
Vivarium di Nerone (54-68 d.C.) 300 leoni, 400 orsi, alcuni elefanti.
Vivarium di Tito (77-81 d.C.) 5000 bestie selvagge, 4000 animali domestici.
Vivarium di Domiziano (81-96 d.C.) 2 rinoceronti bicorni, 1 bisonte, 1 bufalo, leoni, tigri, elefanti, orsi.
Vivarium di Traiano (98-117 d.C.) 11000 fra animali selvaggi e domestici.
Vivarium di Adriano (117-138 d.C.) 1000 bestie feroci, fra le quali 100 leoni e 100 leonesse.
Vivarium di Antonino Pio (138-161 d.C.) 100 leoni, 1 strepticeronte, 1 crocata, antilopi, tigri, ippopotami, elefanti.
Vivarium di Commodo (180-193 d.C.) 100 leoni, 100 orsi, 5 ippopotami, 1 giraffa, tigri, 1 rinoceronte, elefanti, struzzi.
Vivarium di Settimio Severo (193-211 d.C.) 700 orsi, leoni, pantere, onagri, struzzi, bisonti, elefanti.
Vivarium di Caracalla (211-217 d.C.) rinoceronti, zebre, leoni, fra i quali il famoso leone Acinaces, che Caracalla teneva a fianco a tavola e perfino in camera da letto.
Vivariumdi Eliogabalo (215-222 d.C.) 51 tigri, leoni, ippopotami, 1 rinoceronte, struzzi, orsi, elefanti, 1 coccodrillo. 10.000 ghiri. ecc. Lampridio dice che Eliogabalo ,provava specialmente piacere di avere leoni e leopardi privi delle zanne, ammaestrati da domatori, animali che faceva improvvisamente comparire nei banchetti per godere dello spavento dei convitati. Egli divertivasi ad inviare ai parassiti vasi pieni di serpenti di scorpioni e di altri orribili animali!!!
Vivarium di Alessandro Severo (222-235 d.C.) 10 elefanti. Notevole poi il gran numero di uccelli. Lampridio afferma che nel Vivarium vi fossero 20000 colombi oltre pavoni, fagiani, galline, canarini, che erano la delizia dell'imperatore.
Vivarium di Gordiano I (237 d.C.). Veramente imponente. Comprendeva 1000 orsi, 100 tigri, 100 giraffe, 100 tori di Cipro, 30 onagri, 10 alci, 300 struzzi, caprioli, camosci, cinghiali.
Vivarium di Gordiano II (238-244 d.C.) 60 leoni addomesticati, 10 leoni reali fortissimi, 30 leopardi addomesticati, 10 tigri, 10 iene, 32 elefanti, 10 alci, 40 cavalli selvaggi, 20 onagri, 10 giraffe, 1 rinoceronte, 1 ippopotamo.
Vivarium di Filippo (248 .d.C.). Per i giuochi millenari più migliaia di animali furono presentati anfiteatro
Vivarium di Gallieno (260-268 d.C.) e Aureliano (270-276 d.C.). Questi due imperatori curarono molto il Vivarium. Del primo si ricordano 200 bestie selvagge della Libia addomesticate.
Vivarium di Probo (276-283 d.C.). Questi sopratutto ripopolò il Vivarium. Vi erano ai suoi tempi 1000 struzzi, 1000 cervi, 1000 cinghiali, 100 leoni, 100 leonesse, 200 leopardi, 300 orsi, giraffe, camosci, ecc.

Il Vivarium imperiale perdette la sua importanza quando Valentiniano I (364-375 d.C.) fissava la sua residenza a Milano. D'allora ci pervennero scarse notizie intorno alla sua consistenza.

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Così gran numero di animali era tratto dalle più lontane regioni. Da Plinio sappiamo (L. VIII) che traevansi gli orsi dai boschi della Pannonia e della Calidonia: le pantere e i leoni dall'Africa e specialmente dalla Numidia, scrivendo Plinio che quella regione non produceva che belve e marmo numidico; dall'Egitto venivano i coccodrilli e gli ippopotami; dalla Persia le tigri; dall'India il cracuta e il rinoceronte. Gli elefanti si traevano dall'Africa e dall'Asia, e dall'Africa si traevano giraffe e rinoceronti.

Alla caccia di queste belve errano destinati arditi cacciatori: ne è da meravigliarsi se si potevano adunare tanti animali feroci, quando si abbia presente che non era permesso di attendere a questo esercizio senza speciale licenza, sotto pena gravissima per i contravventori: licenza spesso subordinata all'obbligo di trasmettere a Roma gli animali catturati.
Sui metodi di queste grandi catture di animali vivi abbiamo generiche notizie da autori contemporanei e da dipinti e sculture del tempo: ma una più esatta nozione ci è offerta da un mosaico scoperto a Bona in una lussuosa villa romana dell'antica Ippone, che è forse la villa proconsolare, di cui parla S. Agostino nelle sue Confessioni.
Esso rappresenta il momento più emozionante della caccia. Uomini in costume numidico, alcuni a cavallo altri a piedi, tutti armati di lance e di scudi, spingono insistentemente delle antilopi e degli struzzi per fare entrare questi animali in un vasto recinto circolare formato di frasche e contornato di reti, nel quale già si trovano leoni e pantere.
Queste ultime soprattutto sembrano furiose: le bestie feroci balzano intorno al recinto, per cercare un varco, ma sono arrestate dai battitori che, aprendo il fogliame, e proteggendosi con lo scudo, agitano verso gli animali lunghe torce accese. Questa scena è piena di vita. Nell'angolo superiore destro del mosaico l'artista ha rappresentato un parco, dove corrono tre animali: di cui uno è preso alI laccio da un cavaliere.
Da questo mosaico chiaro apparisce come per la caccia si formassero grandi recinti chiusi da rete, nascosta da erbe alte, nei quali i battitori spingevano gli animali: intorno a questi recinti si aprivano grosse gabbie, coperte di frasche, entro le quali gli animali venivano respinti a piccoli gruppi, spaventandoli ed isolandoli con grandi faci accese.
Ma se cosa ardua e laboriosa era la cattura degli animali, cosa non meno ardua era il loro trasporto da regioni lontane. Allo scopo si formavano grandi convogli di pesanti vetture tirate da buoi. Gli animali, secondo la loro fierezza, erano chiusi in gabbie di ferro o di legno.
Claudiano descrive un trasporto, mettendo in rilievo le difficoltà che presentava specialmente l'imbarco. Il viaggio spesso durava parecchi mesi. Per trasporti privati le spese erano a carico del proprietario degli animali: questi poi nell'attraversare le città doveva pagare un forte dazio di entrata, in relazione al valore del convoglio, dal quale erano esenti soltanto i senatori. Se peraltro il convoglio era destinato all'Imperatore ed era quindi a carico dello Stato, spettava ai municipi provvedere al mantenimento degli animali e degli uomini di scorta. A tale proposito, per evitare abusi, Onorio e Teodosio stabilivano che detti convogli non potessero sostare in una città più di 7 giorni.

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