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La lotta con il toro e con il leone





Mosaico di Pompei


Gli animali giunti a Roma, erano affidati ai custodi del Vivarium "custos vivarii".
Erano questi ripartiti in diverse categorie: vi erano gli incaricati soltanto,del mantenimento delle belve; altri cui uffici,o era curarne le malattie;
ma sopratutto importante era la classe dei mansuetari che aveva il compito,di addomesticare le bestie feroci e di educarle a speciali giuochi.

Per questi vi erano scuole di addestramento. I mansuetari, muniti di amuleti protettori, incominciavano generalmente col togliere alle belve le zanne e nella loro fatica si valevano sia di mezzi violenti, sia di dolcezze.
I serpenti erano resi talmente innocui che, se dobbiamo credere a Marziale, le donne dei suoi tempi usavano circondarsene il collo facendo dondolare la coda a guisa di collana sul nudo seno. Come i Greci ricorrevano spesso alla musica, impiegando con successo la siringa, il flauto, il tamburo.
Gli animali una volta domati, erano ammaestrati ad ogni sorta di giuochi, seguendo specialmente i procedimenti degli egiziani. Si era giunti a far suonare alle scimmie il flauto e a pizzicare la cetra, a far scrivere agli elefanti parole latine.
Varrone narra che Ortensio aveva un bosco di 50 jugeri, cinto di muro, denominato serraglio, dove esisteva una specie di anfiteatro.
Qui il celebre oratore usava chiamare un abile musico, di nome Orfeo, che, vestito nel costume del mitico cantore di Tracia, suonava la lira e a volta la buccina. A questo suono da ogni parte accorrevano a lui cervi, cinghiali, lepri ed altri animali, quasi attratti da quella musica, i quali offrivano uno spettacolo quanto mai seducente. Le bestie che non si prestavano alla loro educazione erano abbandonate ai bestiari per le lotte e le cacce sull'arena del Circo o dell'Anfiteatro.

I bestiari erano generalmente prigionieri di guerra, ma anche lottatori volontari, scritturati con forti ingaggi, essendo tale mestiere, come afferma Tertulliano, meno indegno di quello del gladiatore. I bestiari si producevano sull'arena a giostrare con le belve.
Essi avevano maestri e scuole, una delle quali faceva parte,delle quattro scuole imperiali istituite da Domiziano.
Nei combattimenti con le fiere i bestiari erano i principali attori. Indossavano dal collo fino alla metà del corpo una semplice tunica, stretta sopra le reni da una dura e sottile fascia: non portavano né elmo né scudo, ma soltanto luna lancia alla foggia spartana.
Fra costoro i più distinti erano i venatores, i quali vestivano invece superbe armature e giostravano a cavallo, o in speciali esercizi. Generalmente erano valentissimi arcieri, scelti ha i Parti. V'erano inoltre i taurarii, i quali altro non erano che i moderni toreri, cui compito era quello di provocare i tori alla lotta e di affrontarli sull'arena.
I bestiari nelle loro lotte spesso erano assecondati da cani ammaestrati.

Le belve salivano dalle loro tane al piano dell'arena a mezzo di ascensori, mossi da contrappesi, e da apposite cateratte che sboccavano nel Circo.
Il disegno da noi riprodotto mostra una tana dell'Anfiteatro Flavio, a doppio ordine.
Il vuoto laterale è il posto di manovra riservato al bestiario incaricato di far funzionare i contrappesi per l'ascensione automatica delle gabbie. Alcuni sarcofaghi nei quali si vedono scolpite belve che combattono con uomini indicano come le prime avessero una legatura al collo e alle ascelle stringente il corpo nella parte anteriore, riunita sulla nuca e assicurata ad un anello.
Da questo anello partiva una lunga corda, per la quale si costringeva la belva ad, aggirarsi entro determinati limiti. Nel Museo Vaticano si vede un bassorilievo di due fiere combattenti con uomini, legate nel modo descritto. La corda era formata di solido cuoio, riccamente lavorato, in cui erano anche incastonate delle pietre.
Le bestie, aizzate spesso con fiaccole, divenivano sempre più furiose, perché trattenute in luogo circoscritto. Negli scavi dell'Anfiteatro Flavio si rinvennero graffiti che riproducevano scene di bestiari, combattenti con le belve e di fiere che si azzuffavano furiosamente fra loro. Nella lotta invero fra belve queste spiegavano rotta la loro ferocia. Stazio e Marziale ricordano una tigre che, sebbene usa a lambire la mano del custode, fu vista avventarsi furibonda contro un fiero leone e sbranarlo fra l'universale meraviglia.
A difesa degli spettatori, sulla muraglia che cingeva l'arena dell'Anfiteatro Flavio, erano collocate all'altezza del podio, levigate ruote di avorio, che, rapidamente girando sui perni, con le loro aguzze punte tenevano lontane le fiere, rovesciandole a terra.
Fra i più famosi bestiari Carpoforo meritò di essere anteposto a Meleagro e ad Ercole perché in un solo giorno e nello stesso spettacolo uccideva venti fiere, fra le quali un leone, di cui non si era veduto altro più enorme.

Summa tuae, Meleagre, fuit quae gloria famae,
Quantula Carpophori portio, fusus apert

(Mar. De Spect. ep. 17)

Altra volta fu visto stendere a terra un fiero bufalo ed un bisonte, mentre con un dardo lasciava cadere un leone fuggente e sulle agili spalle sollevava tre tori (Mar .De Spec. 25). La sua bravura fece dire a Marziale che se Carpoforo fosse vissuto nell'età antica niuna fatica sarebbe a lui occorsa per vincere i mitologici mostri, perché non avrebbe temuto né il leone Nemeo, né il cinghiale di Arcadia, né l'Idra famosa (De Spec. 30).
Talvolta fra i bestiari figuravano anche le donne, quasi non bastasse a Cesare che infierisse il Dio della guerra, ma volesse che infierisse anche Venere.

Belliger invictis quod Mars tibi saevit in armis;
Non satis est, Caesar: saevit et ipsa Venus.

(Mar. De Spec. 7)

Le donne infatti furono viste sull'arena vincere la fama di Ercole, quando - nota Marziale - uccideva il leone (De Spec. 8).

Le belve erano lasciate libere soltanto quando dovevano compiere opera di giustizia. Ad esse erano abbandonati i rei condannati all'estremo supplizio, ritenendo che fosse cosa migliore farli uccidere dalle fiere che dagli uomini. La condanna alle fiere costituiva un aggravante della pena capitale -come sappiamo da Ulpiano - né poteva essere applicata agli aventi diritto alla cittadinanza romana (Dione L X, 28); perciò vi si condannavano spesso i cristiani perché ritenuti rei di supplicio estremo. Essi ,dovevano affrontare le belve senza alcuna difesa, né la truce e diseguale lotta destava orrore, ritenendosi giusto il loro martirio.
La lotta fra le fiere assumeva specialmente forme quanto mai emozionanti: l'elefante spesso lottava col bufalo e col rinoceronte, aizzati con tizzoni accesi e con fantocci di paglia (Marz. De Spect. IX.XIX.XXVII) ma soprattutto interessanti erano i combattimenti con i tori, ai quali contrapponevasi uomini a piedi ed a cavallo che, come ricorda Ovidio, agitavano, innanzi ai loro occhi pezzi di stoffa rossa (Metam. XII. 1037).
I Venatores a cavallo, secondo la scuola dei tessali, li attaccavano con tale insistenza e tale maestria che finivano per stancarli, riuscendo così ad afferrarli per le corna e ad atterrarli.

Ma oltre le semplici lotte con le belve e le truci carneficine compiute nell'arena, si svolgevano su questa rappresentazioni teatrali con scene mitologiche nelle quali i delinquenti condannati alla morte figuravano da attori. Così fu visto il volo di Icaro, Prometeo legato alla rupe sbranato dalle belve e via via. Ma tutto ciò sfugge al nostro argomento. A noi preme soltanto di mettere in rilievo la grande importanza assunta dai giuochi venatori, nei quali i mansuetarii davano prova di mirabile maestria.

Specialmente grandiosi furono a questo riguardo gli spettacoli dati da Tito per la dedicazione dell'Anfiteatro. In cento giorni di feste, alle quali accorsero genti da ogni parte del mondo, si videro, come narra Svetonio, cose affatto straordinarie, essendosi mostrati in un solo giorno 5000 animali selvaggi di ogni specie, mentre nel corso ,delle feste venivano uccise non meno di 9000 fiere!
Nei combattimenti dati figurarono anche le donne. Dione aggiunge che Tito "avendo fatto riempire di acqua l'arena dell'anfiteatro vi introduceva cavalli e tori ed altri animali mansueti ammaestrati a fare entro l'acqua tutto ciò che solevano fare in terra" .Così nelle feste date nell'anno 109 d.C. da Traiano per la celebrazione del suo secondo trionfo dacico, durate quattro mesi, si mostravano nei giuochi ben 11000 fiere!
Ma più che Tito si rese celebre Domiziano per gli spettacoli venatori offerti al popolo, spettacoli che Svetonio qualifica "magnifica et sumptuosa" .Di lui scriveva Marziale:

Censor maxime, principumque princeps,
Cum tot jam tibi debeat triumphos,
Tot nascentia templa, tot renata,
Tot spectacula, tot deos, tot urbes.

(Ep. VI, 3)

Domiziano dilettavasi in particolar modo dei giuochi venatori nei quali i diversi animali davano prova di rara abilità, e di destrezza, E la magnificenza dei ,giuochi da lui offerti aI popolo fu tale che Marziale esclama avere per questo solo l'imperatore diritto di essere ascritto fra gli Dei! Il poeta ci ha tramandato di questi giuochi larghe notizie.

Furono invero viste cose miracolose: leoni che scherzavano con le lepri, le quali, pure saltando loro nella bocca, ne uscivano illese (Mar. I, 15, 23), talché il poeta, entusiasmato da tale spettacolo, consigliava alla lepre di ricorrere alla bocca del leone quando volesse salvarsi dai morsi dei cani (Mar .I, 49). Né erano questi i soli miracoli operati sulla natura; i mansuetari erano riusciti perfino a far vivere tranquillamente insieme un leone ed un ariete e ad alimentarli allo stesso pasto (Mar. IX, 72). Ma sopratutto sorprendente fu lo spettacolo offerto da un elefante già ferocissimo contro il toro. Fu visto invero il terribile pachiderma inchinarsi suppIice a Cesare senza che da nessun maestro fosse costretto a far ciò.

Non facit hoc jussus, nulloque docente magistro.

Così avvenne che mentre un daino fuggiva inseguito da agili molossi, si fermasse supplichevole ai piedi dell'imperatore, quasi chiedesse grazia della vita, e i cani, fermatisi di un tratto, non osarono più toccarlo (De Spec. 33).
Eliano, nel suo libro sulla Natura degli animali, descrive gli strani esercizi ai quali gli animali erano addestrati.
Plinio narra di aver visto dodici elefanti vestiti da istrioni che ballavano spargendo fiori; Svetonio, nella Vita di Nerone, ricorda un elefante che camminava sopra una corda portando un uomo sul dorso.

Ma come riassumere tutte le cose miracolose di cui questi animali erano capaci? Tigri feroci, cervi ed orsi erano condotti al freno ed al flagello come fossero cavalli; leopardi furenti offrivano il loro collo a fanciulli perché vi danzassero liberamente. Marziale afferma di aver visto frotte di bimbi correre sulle groppe di tori, giuocare sulle loro corna baldi e sicuri, incitando il furioso animale, senza riceverne offesa (V. 31) ed un rinoceronte palleggiare col proprio corno un bufalo e un toro quasi fossero semplici fantocci!
Terribili erano poi le lotte tra l'elefante e il toro.
Il poeta ricorda come un toro, stimolato con le fiamme, dopo avere alzati in aria molti fantocci fosse affrontato da un grosso elefante e da questi più volte sollevato da terra con la proboscide, finché non rimaneva ucciso.

Qui modo per totam, flammis stimulatus, arenam
Sustulerat raptas taurus in astra pilas,
Occubuit tandem cornuto ardore petitus,
Dum facilem tolli sic elephanta putat.

(Mar. De Spet. 21)

Negli spettacoli dell'Anfiteatro le bestie feroci si esponevano il giorno precedente al popolo nelle loro gabbie, perché questo potesse ammirarne la bellezza e la ferocia. Si ornavano allora con larghe sciarpe multicolori, con guarnizioni di metallo, con fogliuzze d'oro e,di orpello e, alle volte, dipingevansi in modo strano. Di tali bizzarri travestimenti si conservano tracce in vari monumenti. Seneca accenna a leoni dalla criniera dorata, a struzzi tinti di cinabro, a montoni color di porpora e di scarlatto, a buoi dipinti completamente di bianco (Lett. XII e VI).
Evidentemente i mansuetarii sapevano conseguire con la loro arte risultati che potevansi ben dire miracolosi, se fu possibile nel trionfo di Cesare illuminare a questi il cammino con torce accese portate dagli elefanti, e a Marco Antonio percorrere le vie dell'Urbe su di un carro tirato da leoni, avendo al suo fianco la bella danzatrice Citera. Lo stesso Antonio faceva con questo carro il suo viaggio da Roma a Brindisi.

I leoni erano divenuti familiari presso gli imperatori, come già presso i Faraoni e i re assiri .Questi usavano spesso cospargere la criniera di polvere d'oro. Eliogabolo specialmente si compiaceva di passeggiare sulle colline del Vaticano, guidando pariglie di leoni e di tigri. Aureliano offriva un ultimo spettacolo del genere nel suo trionfo, quando comparve su di un carro tirato da quattro cervi, già appartenenti al Re dei Goti e al quale era legata con catena d'oro la vinta regina Zenobia. Era preceduto da venti elefanti addomesticati della Libia, da 200 belve diverse, portate dalla Palestina, da due coppie di tigri, da alci e giraffe. Del resto questi spettacoli non erano in quei tempi cosa eccezionale.
Anteo scrive che già nella pompa di Telemaco Filadelfo si erano visti oltre 24 carri tirati da elefanti, 12 carri trascinati da leoni, altri da antilopi e da gazzelle e ben 60 bighe tirate da cervi. Nelle cerimonie religiose figuravano spesso animali feroci ammaestrati. Teocrito parla di una cerimonia in onore di Diana nella quale figurava tra animali feroci un leone, e Aperbeio, descrivendo una processione d'Iside, dice aver visto un orso addomesticato condotto su d'una sedia, vestito come una nobile matrona! Bisogna riconoscere come una sapiente educazione sia capace di ammansire anche le belve!

***

Era questo il Giardino Zoologico di Roma imperiale questo il suo ufficio politico-sociale. Evidentemente nessuna città al mondo ebbe mai un Giardino Zoologico di tanta varietà, vastità ed importanza.
Nei recinti del Vivarium passarono animali a centinaia di migliaia e tutto il mondo antico fece a gara per arricchirlo dei soggetti più rari. Di fronte a tradizioni così grandiose non poteva l'Italia Nuova limitarsi anche in questo campo a cose meschine.
Il Giardino dell'Urbe, risorto a nuove fortune, trova nei ricordi di un glorioso passato lo stimolo per raggiungere le più alte mète che alla sua attività fossero segnate dal progresso della scienza e della civiltà.

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