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Il gruppo del cavallo e del cavallo capitolino nel secolo XVI


Il gruppo del leone capitolino





Sala degli animali

DAL VIVARIUM AL GIARDINO ZOOLOGICO

I
DAL MEDIO EVO AL RINASCIMENTO

Caduto l'Impero e distrutto il Vivarium, i romani non videro più, per parecchi secoli, animali esotici, tanto da perderne quasi il ricordo. Nel Medio Evo, tuttavia, per iniziativa di principi e specialmente di Sovrani asiatci, SI continuo a tenere serragli di animali feroci.
Le cronache medioevali ci parlano, nel secolo XII, d'un Serraglio a Palermo, del quale Enrico IV di Holhenstaufen era orgoglioso e di un altro a Woodstock, in Inghilterra, sotto Enrico I°, ricco specialmente di leoni e di leopardi. Allora si formava intorno alle fiere una superstiziosa scienza zoologica, in cui rivivevano elementi dell'antica mitologia.
Dalle condizioni fisiologiche delle varie fiere si traevano così ogni sorta di strani prognostici: e in questa teologia, a fianco di animali reali, figuravano animali immaginari, sfruttati dalla speculazione degli astrologi e dei cabalistici.
Le Repubbliche medioevali creavano il loro simbolo in alcune fiere, delle quali si volle talvolta la rappresentanza vivente, e questi simboli si riproducevano poi negli stemmi e nelle imprese.
Il leone, specialmente, fu preferito dalle più grandi città. Firenze 10 scolpiva nel Marzocco: Venezia rendevalo alato, quasi a rappresentare il volo compiuto della dominazione veneta su terre lontane, e, Roma stessa, rinunziando alla classica lupa, volle nel leone simboleggiare l'antica fortezza.
II leone capitolino era considerato quasi sacro. Un'antica tradizione faceva un dovere per i romani possedere un leone.
"Roma formam leonis habet quia ceteris bestiis quasi rex praeest", scrive nel secolo XII Honorius d'Antun. Perciò si tenne per molto tempo in Campidoglio un leone vivente. Fra i dignitari capitolini comprendevasi il guardiano del leone.
Di questo ufficio si ha notizia fin dal 1283, e gli Statuti del 1363 gli assegnavano per emolumento un,ducato e due terzi a semestre, sui proventi delle feste di Testaccio.
Il leone talvolta serviva come strumento di supplizio. La cronaca ricorda che nel 1328 si faceva sbranare dal leone il generale degli Agostiniani, per essersi rifiutato di celebrare la messa in S. Pietro, in occasione dell'incoronazione di Ludovico il Bavaro.
Nel 1408 il leone fuggì dalla gabbia; ma si poté riprendere ai piedi del Campidoglio: però nel 1414, avendo azzannato ed ucciso un fanciullo che troppo erasi avvicinato ai ferri della gabbia, dai Conservatori veniva condannato a morte, malgrado la venerazione di cui era circondato.
La dura sentenza era eseguita infatti in una domenica di novembre nel Rione Ripa. Il guardiano del leone elevava solenne protesta, non tanto per la morte del leone, quanto per la perdita dei suoi emolumenti, visto che gli Statuti prescrivevano che dovesse percepirli finché il leone era vivo; ma non pare che i Conservatori si lasciassero commuovere per sostituire al morto altro animale vivente. Gli Statuti del 1467 parlano per verità ancora del leone; ma forse si tratta soltanto di una formale riproduzione di disposizioni andate in disuso.

I Conservatori ritennero di conservare la tradizione... in un leone di pietra, come aveva fatto Firenze.

Ai piedi della scala di Campidoglio era un gruppo in marmo rappresentante un leone che abbatteva un cavallo. L'Aldovrandi afferma che "questo frammento imperfetto di marmo", essendo stato il gruppo danneggiato gravemente nella figura del cavallo, fu "giudicato meraviglioso da Michelangelo".
Ricorda un poeta:

Po sulle scale della gran giusticia
Un tozze d. un caual preso nel ventre
Dun leon chinho da lui leticia.

Su questo gruppo si pubblicavano le sentenze criminali e su di esso si ponevano alla berlina i trasgressori alla legge e i debitori insolventi. Qui presso Cola di Rienzo "dove sententiato li altri havea fo addutto" e qui gli fu letta la sentenza di morte.
Il gruppo del leone era ancora al suo posto nel 1500, ma dalla piazza fu rimosso nella ricostruzione del Campidoglio al tempo di Clemente VIII. Nel 1594 lo scultore Ruggiero Bescape fu incaricato del restauro del gruppo e di fare nuovamente la testa e le gambe del cavallo, dietro pagamento di 300 scudi, e da allora, per lungo tempo, rimase nella Corte del Palazzo dei Conservatori. Recentemente fu trasportato nel piano superiore del Palazzo, nel cortile dove trovasi la Forma urbis.
Ma dal 1408, dopo la morte del leone capitolino, Roma per molti anni non vide più animali feroci. Soltanto nel Rinascimento, quando i costumi già raffinati dalle ricchezze e dal lusso reagivano contro l'ascetismo della coscienza medioevale e lo spirito era dominato dalla adorazione,della natura nelle sue più belle manifestazioni e dal fascino dell'arte, anche la fauna esotica incominciò ad essere oggetto di interessamento, per arricchire i parchi e i giardini principeschi.
Allora i principi italiani incominciarono a considerare dimostrazione di ricchezza il possesso di un parco zoologico. Il Petrarca stesso aveva già rilevato come ciò dovesse convenire ad un gran Signore.
Primo in Italia Lorenzo il Magnifico istituiva in Firenze un serraglio famoso per qualità e quantità di bestie feroci, con le quali dava spettacoli di combattimenti a belve in piazza S. Marco. Rimase celebre lo spettacolo offerto nel 1459 in Piazza della Signoria nel ricevimento fatto a Pio II e a Galeazzo Maria Sforza, nel quale peraltro parve che i leoni tenessero a dar prova più della loro mansuetudine che della loro ferocia. Altri parchi superbi avevano Borso d'Este, i Visconti e gli Sforza, presso il Castello di Pavia. Il Breventano, che ne ha lasciata una descrizione, afferma esservi stati raccolti più di cinquemila capi.
Notevole un reparto per gli orsi e per gli struzzi, oltre una peschiera.
Anche Ranuccio Farnese istituiva in Parma un grande parco zoologico, ricco di leoni, di tigri, di leopardi, di antilopi.
In questi parchi non si mancò di curare gli allevamenti. I Medici avevano un allevamento di dromedari a S. Rossore, che nel 1622 comprendeva circa 200 capi.
Di fronte a questo sfarzo, Leone X, espressione assoluta del tempo suo, non poteva non associare ai tesori d'arte del Belvedere anche un piccolo Giardino Zoologico, che contava parecchi leoni, al quale - nota il Pastor - i visitatori del Vaticano non dimenticavano di dare uno sguardo. Da quel piccolo Giardino, Giovanni da Udine, l'allievo diletto di Raffaello, traeva i motivi per la decorazione della sala vaticana dei palafrenieri e forse anche delle logge del palazzo, non mancando evidentemente colà una ricca collezione di uccelli esotici.
Dopo la scoperta dell'America, Roma era infatti popolata di pappagalli e di scimmie, tratte dalle nuove regioni e che costituivano elementi di lusso e di attrattiva. Pietro Aretino ci fa sapere come queste ultime, dalle cortigiane specialmente, fossero portate a passeggio, legate con guinzagli di seta o con catenelle d'argento. I pappagalli anzi finirono per invadere tutte le case e perfino i monasteri, divertendosi le suore alla loro educazione religiosa. Ve ne erano di quelli così loquaci che il Giustiniani afferma averne avuto uno il cardinale Ascanio Sforza che recitava il Credo! Talvolta però questi linguacciuti pennuti facevano alle monache brutti scherzi. L'abate Giovanni Gersen canta in un poemetto le avventure di un pappagallo, che, prima devoto, perdeva l'originaria innocenza al punto di divenire scandaloso. La vicinanza di alcuni soldati guasconi lo rendevano così libertino da offendere col suo linguaggio impudico le caste orecchie delle povere suore, desolate che lo sciagurato pappagallo, un tempo così devoto, fosse divenuto conquista del diavolo!
Ma un grande spettacolo di carattere zoologico doveva commuovere in quei giorni il popolo di Roma. Re Emanuel di Portogallo, per felicitare Leone della esaltazione al Pontificato e ottenere la conferma dei nuovi possessi asiatici e americani a lui venuti per le scoperte fatte dai più audaci esploratori portoghesi, inviava a Roma una missione guidata da uno dei più popolari esploratori, Tristan da Cuntra, e della quale facevano parte anche due illustri giuristi Diego Pacheco e Giovanni da Faria.

La missione entrava solennemente in Roma il 12 marzo 1514 con un fastoso corteo, del quale Vittorio Rossi ci ha lasciato una minuta descrizione. Figuravano in esso un superbo elefante bianco chiamato Ammone, due leopardi, una pantera, pappagalli, rari tacchini, cavalli indiani, riccamente bardati, ed altri strani animali delle misteriose nuove regioni. II pachiderma recava sulla groppa un palanchino in forma di castello d'argento, che racchiudeva il cofano con i doni reali, fra i quali paramenti ponteficali, ricamati in perle e pietre preziose, e monete d'oro, coniate per l'occasione, di 500 scudi ciascuna. Leone X attendeva il passaggio del corteo a Castel Sant'Angelo.

Quando l'elefante gli passò innanzi per ben tre volte si inginocchiava a terra, quasicché "riconoscesse ed adorasse il suo nume" .Un grande recipiente d'acqua era stato posto colà: dopo le solenni riverenze il bestione, obbedendo all'ordine del suo custode - un autentico indiano - aspirò l'acqua e la spruzzò tant'alto da raggiungere i cardinali che erano alle più lontane finestre e innaffiando, addirittura, con grande divertimento del Papa, la folla che si addensava là intorno.
Affidato alla sorveglianza di un ciambellano pontificio, Gian Battista Branconi Dell'Aquila, amico di Raffaello, l'elefante ebbe allloggio nel serraglio di Belvedere. Intorno a lui fiorirono ogni sorta di fantasticherie. II Sannio scrisse che "dal parlar in fuora faceva tutto quello che come che 'l fosse creatura umana" .
Il Valeriano aggiunge che comprendeva, due lingue: l'indiano e il portoghese e che talora piangeva come una donna: afferma poi che si era deciso all'imbarco soltanto quando gli si era fatto conoscere che sarebbe stato condotto nella città signora del mondo!! Aurelio Sereno, napolitano, osservava meravigliato come nell'elefante si dovesse vedere quanto sia grande la potenza del Creatore, perché in esso - dice - si "raccolgono tante virtù che può vivere per tre secoli; (!), che genera una sola volta in vita (!), che rispetta la religione (!!), che saluta il suo Signore, che apprende l'umana favella (!!!)". Epigrammi e componimenti poetici piovevano su di lui da ogni parte: Giovanni Capitoni esclamava : "Vivi a lungo contento, augurio di prosperi eventi a Leone, cibandoti col tuo Signore di nettare e di ambrosia" !! L'ammoniva poi a non fuggire perché in nessun luogo, morendo, avrebbe potuto morire più degnamente che in Roma. ,E conchiudeva:

O felix animal, fausto sub sydere natum,
Quod tam nobilitant Carmina, Roma, Leo!

A lui fu riservato l'alto onore di condurre per l'incoronazione in Campidoglio il poeta buffone Baraballo. Tutta Roma accorreva a far ala al burlesco corteo per ridere alle spalle del buffone. Giovanni Francesco Filomeni raccomandava ad Ammone il sacro pegno dicendo: "O grande elefante, per costumi e per sentimenti inferiore soltanto all'uomo, vedi, qual sacro pegno affidi Roma al tuo dorso, con quale fede gelosa tu lo debba serbare. Questi è la delizia: del nostro Principe, dei cavalieri, del popolo e dei padri e il pubblico amore dell'eterna città". Ma Ammone, sdegnato forse dell'offesa a lui fatta coll'affidargli persona non degna di lui, e spaventato altresì dalle grida festose della follIa, buttava all'aria il poeta su Ponte Sant'Angelo e per poco non lo scaraventava nel Tevere.

Purtroppo Ammone non doveva godere a lungo le delizie della Corte papale: appena due anni dopo, ai primi di giugno del 1516, cessava di vivere e la sua immatura morte fu rimpianta non solo dal Papa, ma da tutto il popolo. Ulrico di Hutten ci descrive ironicamente le vive preoccupazioni di Leone per la malattia dell'elefante e per la morte di lui. Leone fu tanto addolorato che affidava nientemeno a Raffaello il compito di riprodurre l'effigie dell'elefante in una torre del Vaticano. E naturalmente il celebre urbinate fece cosa degna di lui, onde sotto il dipinto si scrisse: "Quello che natura tolse, Raffaello coll'arte restituì". L'effigie dell'elefante era illustrata dal seguente sonetto:

Giace sepolto in questo monfe altero
L'elefante ch'al decimo Leone
Emanuel mandò domo e prigione
De l'Oriente vinto havendo impero.

Roma stupì d'uno animaI si fero
Non veduto da lei lunga stagione.
Et d'alta meraviglia hebbe cagione
Veggendo in bestia tale human pensiero

Ma invidia si hebbe il suo destino avaro,
Che non lasciò che Italia ei si godesse,
Servendo al suo Signor pregiato e chiaro.

Or gli anni che a lui viver non concesse
Diagli il Cielo a Leon, cui tanto è caro
Acciocché lunga pace il mondo avesse.

Questa pittura andò perduta nelle ricostruzioni di Paolo Vedi essa è pervenuto a noi soltanto un disegno di Francesco d'Olanda: ma sulla porta della Sala della Segnatura che conduce a quella dell'Eliodoro, oggi ancora vediamo consacrato l'elefante famoso in un fine lavoro di intarsio del battente destro, eseguito, forse su disegno di Raffaello stesso, da fra Giovanni da Verona, il più valente maestro d'intarsio del secolo XVI.
E' una vera e propria caricatura. Nell'intarsio del battente si profila un bianco elefante: a cavalcioni sul collo sta il suo custode indiano munito di alabarda; sulla groppa, issato sopra una specie di seggio trionfale, dai solenni bracciali a foggia di drago alato, troneggia un personaggio tra il comico e il solenne, vestito di toga, recinto il capo dalla corona poetica, e nella destra un esagerato ramo di alloro. Incise sulla gualdrappa, che pende dal seggio trionfale, le due parole : POETA BARABAL.
Anche Giovanni da Udine volle ricordarlo a Villa Madama in una nicchia presso la terrazza, riproducendone in marmo la testa che getta dalla proboscide in un antico sarcofago romano l'acqua che scende dal pendio del colle. Alla Biblioteca Chigiana trovasi poi una xilografia contemporanea che rappresenta un elefante e che pretendesi sia la riproduzione di Ammone.
La morte dell'elefante fu tanto più dolorosa per i romani in quanto da lui si attendeva il ritorno ai classici giuochi venatori. Re Manuel, visto che il dono era riuscito graditissimo al Pontefice, a lui inviava anche un rinoceronte, perché potesse combattere coll'elefante nell'Anfiteatro, come ai tempi antichi. Ma era destino che Roma non dovesse godere di tale spettacolo, perché anche il rinoceronte faceva misera fine prima che giungesse nella eterna città: la nave che portava la bestia naufragava in mare.
II Giovio ne dà notizia scrivendo: "il mare invidiò e tolse all'Italia questa bestia di inusitata fierezza, la quale si haveva a mettere a combattere nell'arena dell'Anfiteatro con l'elefante, perciocché il naviglio nel quale egli era menato, urtando agli scogli della riviera di Genova andò a traverso per fortuna di mare e ciò fu con tanto maggior dolore di ognuno, poiché la bestia, la quale era usata a passare il Gange e l'Indo, altissimi fiumi del suo paese, fu creduto che anche avrebbe potuto venire a riva sopra a Porto Venere, ancora che ella sia asprissima per duri sassi; se non che, trovandosi impedita da catene grandi, benché molto superbamente facesse ogni sforzo per aiutarsi, fu però inghiottita dal mare".
Purtroppo a questo periodo di generale letizia dovevano seguire giornate dolorose.
Il sacco gettava la città di Roma nella desolazione per le enormi rovine patite e naturalmente gli animali furono le prime vittime di quell'orgia barbarica. Dovettero decorrere parecchi anni perché la città potesse sanare le profonde ferite e riprendere la vita normale. Intanto al fasto secolaresco dei Papi del Rinasci mento subentrava il rigidismo dei Papi della Controriforma, per il quale era bandita dall'urbe ogni manifestazione mondana. Soltanto quando il nepotismo papale incominciò a segnare i suoi trionfi, i parchi zoologici tornarono in onore, specialmente nelle famiglie papaline.
Fra i parchi posseduti dai nepoti dei Papi, quello che tutti superò per la ricchezza della fauna e della flora, per vastità e magnificenza di ambiente, fu il Parco del Cardinal Scipione Borghese, nepote di Paolo V. In questo il munifico cardinale dava cacce superbe, alle quali prendeva largamente parte la nobiltà romana.
Le cronache del tempo ne descrissero la magnificenza e i poeti ne esaltarono la bellezza. Ma questo argomento è troppo legato alla storia della nostra istituzione per non farne oggetto di speciale trattazione.



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