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Parenti stretti

Chi non ha mai visto due bambini giocare ad acchiapparello? In un parco, nel cortile del palazzo o anche in casa se non c’è alternativa. È decisamente meno usuale osservare due adulti intenti in tale attività, a meno che uno sia un ladro e l’altro il derubato. 

C’è però un solo luogo dove potrete osservare, se siete molto fortunati, un uomo e uno scimpanzé giocare al gioco più vecchio del mondo: questo posto è il Bioparco. Lui è Max, ora lavora nel settore scientifico del parco, ma per molti anni è stato un keeper del reparto primati (delle scimmie tanto per intenderci!). Lei è Pippi una scimpanzé arrivata da noi nel 2004 dallo Zoo di Pistoia. Guardandoli rincorrersi avanti e indietro divisi solo dal vetro del recinto viene da pensare a quanto siamo simili noi umani e gli scimpanzé. Ma sarà proprio così?

Era il 1837 quando Charles Darwin disegnò, su uno dei suoi famosi taccuini, un albero che chiamò “l’albero della vita” per poi correggersi e definirlo più un “corallo della vita”, vivo solo nella parte finale dei rami più sottili. Proprio come una colonia di coralli che si accresce su ciò che resta dei suoi antenati. 

Darwin era un naturalista e uno studioso, ma soprattutto era un grande osservatore. Osservò la vita e i suoi meccanismi e la conclusione a cui arrivò sconvolse il pensiero dell’epoca.
Tutte le creature attualmente viventi sulla Terra sono il risultato di un lungo, lunghissimo processo che attraverso cambiamenti ha condotto molte specie ad estinguersi, molte a sopravvivere, molte altre a nascere.

Ma che significato hanno quei rami dell’albero disegnato quasi due secoli fa?

Forse più che ai rami bisogna dare attenzione ai punti in cui questi si biforcano. Guardando la porzione di albero che riguarda noi umani si risale il ramo fino alla prima biforcazione che conduce a qualcosa di vivo.

Bisogna lasciarsi alle spalle molti rami morti (Australopitechi, Neanderthal, ecc.). La biforcazione risale a 6/7 milioni di anni fa e sull’altro ramo ha dato vita agli scimpanzé. Sono proprio loro i nostri “parenti vivi” più stretti. Questo è ciò che dice la scienza, ma non bisogna essere scienziati per convincersene.

Decido di ascoltare i racconti di chi trascorre la sua vita con questi animali. Sara ha gli occhi scuri e allungati che quando parla dei suoi scimpanzé brillano di felicità. Si conoscono da dieci anni da quando è diventata keeper. 

Ogni giorno, presto la mattina, apre il grande cancello di ferro del reparto, poi quello più piccolo che accede all’area interna ed è lì che Bingo, Edy, Susy e Pippi l’aspettano. «Ogni giorno è diverso dall’altro, non sai mai cosa accadrà e in che modo ti stupiranno», dice allargando le braccia in un gesto di appagata rassegnazione.

Bingo è l’unico maschio del gruppo, adora andare a caccia di gabbiani. Spesso il giardino esterno del suo recinto attira questi uccelli opportunisti e Bingo, opportunista a sua volta, prova a procurarsi un pasto in più. Quasi sempre la caccia avviene a mani nude, ma i keeper hanno osservato, in almeno un paio di occasioni, Bingo armarsi di lancia prima di andare in battaglia. Si è procurato un bastone strappandolo dalla vegetazione del suo giardino, mettendo molta cura nel rendere una delle due estremità acuminata. Aveva costruito uno strumento. Non abbiamo mai trovato nessun gabbiano infilzato, ma Bingo, ne siamo certi, continuerà a provare.

«Vieni con me», dice Sara spingendomi verso una delle gabbie interne dove dormono gli scimpanzé, «ti faccio vedere una cosa». Prende un’arancia da una cesta e una cannuccia dal tavolo. Si avvicina alla gabbia, Edy già la guarda. Allunga la mano e depone il frutto nella mano dello scimpanzé. Poi le porge la cannuccia. Con un gesto sicuro Edy infilza l’arancia con la cannuccia e se la porta alla bocca. La straordinarietà del gesto sta nel fatto che lo scimpanzé era abituato ad usare la cannuccia per succhiare tè, tisane o succhi frutta che i keeper somministrano quotidianamente. Conosceva molto bene anche le arance note per essere dolci e succose. Aver unito le due esperienze e trovato una “soluzione alternativa” per poter accedere all’aranciata è un pensiero complesso, quasi umano!

Umano come un dipinto appeso al muro. Sara me lo mostra come fosse un Van Gogh, «lo hanno fatto loro», dice. Pennellate sicure, impronte digitali, colore schizzato: è un dipinto bellissimo. Quando piove o fa freddo e gli animali non hanno molti stimoli, non potendo accedere al giardino, i keeper tirano fuori pennelli e colori atossici. 

I quattro animali impugnano i pennelli e li inzuppano nel colore, fanno scorrere le setole sulla carta e guardano il risultato. Un gesto possibile grazie ad una mano con un pollice opponibile, proprio come il nostro.  Un particolare fondamentale che permette la presa di precisione e la capacità di manipolare piccoli oggetti. 

C’è chi ci gioca un po’ con i pennelli e poi lascia perdere, c’è chi ha una vera passione per l’arte. Pippi usa i colori non in modo casuale, Sara ne è convinta.

Potrei stare ad ascoltarla per giorni e per giorni lei racconterebbe storie incredibili sui suoi “colleghi” di lavoro. Tutte storie che conducono alla stessa riflessione: gli scimpanzé ci somigliano molto perché sono i nostri “parenti più stretti”. 

Ciò non significa che noi umani deriviamo in linea di discendenza da loro, come purtroppo ancora troppo spesso si racconta, ma solo che abbiamo un antenato comune relativamente vicino nel tempo (il punto in cui i rami dell’albero di Darwin si biforcano).

La genetica potrebbe spiegare nel dettaglio questo meccanismo, ma forse non è così necessario. Darwin elaborò la sua teoria quando non si sapeva ancora nulla di geni e trasmissione ereditaria di caratteri. La sua capacità deduttiva, il suo spirito di osservazione e il suo coraggio hanno spinto la conoscenza scientifica molto avanti.

È ora di andare, saluto a malincuore Sara. Lei mi accompagna alla porta, mentre sto per uscire sento uno strano verso. In realtà non è strano in sé, è strano associarlo ad uno scimpanzé. Alzo gli occhi, Susy è sdraiata a terra a pancia in su, Pippi è in piedi accanto a lei e affonda le mani nel pelo morbido della pancia dell’amica. Sembra un massaggio cardiaco o un solletico. Lo fa e lo rifà, Susy sembra rilassata. Pippi ride!