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Sua altezza

Di lavori strani ne esistono tanti, ma lavorare in un bioparco significa avere colleghi umani e non. Così accade che esistano “giornate particolari”: i canguri di Bennett vengono spostati da un exhibit all’altro, i cuccioli di fennec escono finalmente dalla tana, le otarie nuotano per la prima volta nella grande piscina appena costruita per loro. In quelle giornate non è raro osservare gli impiegati degli uffici che normalmente condividono la giornata con lo schermo di un computer alle prese con fatture, ordini di acquisto del cibo per gli animali e perfino nella scrittura di questo racconto, raccolti davanti ai recinti ad osservare cosa accade ai loro colleghi non umani.

È una di quelle giornate. Nel recinto, Alice, Davide, Mauro e Mattia armeggiano intorno a quello che ai miei occhi sembra un addobbo natalizio. Tre sfere di rete metallica, due più piccole della dimensione di un pallone da calcio e una più grande sono legate una sull’altra a formare un gigantesco pendaglio. I tre keeper hanno riempito una delle sfere più piccole con la cicoria, la seconda con il radicchio e la terza con la bieta. L’effetto cromatico è d’impatto e la somiglianza con le allegre decorazioni di dicembre ancora più marcata.

Ad un cenno di uno dei keeper lo strano accrocco viene issato con un piccolo argano a circa cinque metri dal terreno e lì resta a penzolare placido. Un altro comando e il grande cancello dei ricoveri interni inizia a cigolare.

Daila esce per prima, poi Magoma, il maschio ed infine Acacia. Il portamento è regale, ma l’appellativo di “sua altezza” è proprio letterale. Il maschio sfiora i cinque metri, le femmine poco meno: sono tre esemplari di giraffa reticolata. Mentre avanzano verso il nuovo oggetto che attira la loro attenzione e curiosità, non posso fare a meno di pensare che l’evoluzione con questo animale ha fatto un gran bel lavoro: sembra progettato al tavolino.

Collo e zampe lunghissimi, il primo quasi due metri sorretto da ossa robuste, le vertebre, che sono incredibilmente solo sette come quelle presenti nel nostro collo, solo enormemente più grandi. Un vantaggio, l’altezza, che permette loro di mangiare dove nessun altro arriva (ad eccezione dell’elefante) in un luogo della Terra dove il cibo non è proprio abbondante per chi si nutre di foglie.

Posso ammirare la semplicità con la quale raggiungono le tre sfere appese, semplicemente avvicinandosi ad esse. Prima le osservano, poi le annusano e poi Magoma allunga la lingua e la insinua tra le maglie della rete per carpire il cibo: ha scelto la cicoria. Solo una lingua di quelle dimensioni sarebbe riuscita nell’intento. Più di quaranta centimetri, ricoperta di placche cornee e completamente nera. Ognuna di queste caratteristiche è stata forgiata, generazione dopo generazione, per adattarsi perfettamente alle necessità di un ambiente come quello della savana africana. Una lingua lunga è perfetta per insinuarsi tra i sottili rami degli alberi di acacia di cui si nutrono. Le placche cornee sono indispensabili per far fronte alle spine acuminate che gli stessi alberi hanno evoluto per cercare di difendersi dalla loro voracità. Il colore scuro protegge questa delicata parte del corpo dai raggi del sole africano.

Anche Acacia e Dalia hanno trovato il coraggio di allungare la testa verso le tre sfere oscillanti e si accaparrano radicchio e bieta. Alice ci ha raggiunto e si gode il frutto del suo lavoro con sguardo soddisfatto. Siamo abituati a vedere gli arricchimenti ambientali nei recinti dei primati o dei felini. Sono stimoli, soprattutto alimentari, che hanno lo scopo di stimolare comportamenti usuali in natura, di “intrattenere” gli animali rendendogli più complicato raggiungere il cibo oppure incuriosirli di volta in volta con nuovi giochi da scoprire ed esplorare. Alice e i suoi colleghi hanno voluto provare anche con le giraffe e ha funzionato. 

Hanno costruito bidoni con fori dove gli animali infilano la lingua per arrivare al cibo, hanno appeso rami ricchi di foglie alla loro “altezza”. Hanno inserito tubi di plastica, distanziati una decina di centimetri gli uni dagli altri, sulle mangiatoie dei ricoveri interni, in questo modo è molto più complesso raggiungere il pellettato sul fondo della mangiatoia e dura molto più a lungo. «Cerco sul web quello che fanno i miei colleghi negli altri zoo del mondo», mi dice entusiasta Alice, «oppure a volte mi sveglio la mattina con un’idea nuova, ne parlo con i miei colleghi e se siamo tutti d’accordo ci mettiamo all’opera per costruire un nuovo arricchimento».

Non avrebbero mai pensato che un avvallamento nel terreno del recinto avrebbe potuto rappresentare una grande novità per i tre alti ospiti. L’hanno riempita di sabbia e da quel giorno Acacia ci si siede dentro soddisfatta.

Nel frattempo, Dalia ed Acacia si accaniscono sulle tre sfere allungando la lingua e afferrando ogni singola foglia, Magoma invece si avvia alla pozza con l’acqua, si vede che lo spuntino gli ha messo sete. Ed è davanti ai nostri occhi che si compie un altro prodigio dell’evoluzione: la giraffa beve. Allarga a dismisura le zampe anteriori e porta la bocca sul pelo dell’acqua. In quel preciso istante tutto il sangue presente nelle vene e nelle arterie del lungo collo subisce una pressione verso il basso che si riversa sui vasi sanguigni del cervello.

 Se al posto di Magoma ci fosse un qualsiasi uomo lo vedremmo collassare, il medico dopo l’autopsia direbbe: «ictus cerebrale!». I delicati vasi sanguigni esploderebbero sotto una simile pressione. 

E allora come è possibile che ciò non accada? I biologi si sono scervellati per anni pensando in un primo momento che il sangue di giraffa fosse più vischioso ed esercitasse quindi meno pressione. In realtà è molto simile al nostro e viaggia ad una velocità incredibile: 11 secondi per fare il giro dell’intera giraffa. Quanto ci mette il nostro su un percorso tre volte più breve. 

 

Questo è possibile perché il motore che ne alimenta il movimento è grande e forte. Un cuore di dodici chili che pompa sessanta litri di sangue al secondo grazie alla contrazione di pareti spesse sette centimetri. La pressione esercitata è veramente grande e allora cosa salva le giraffe? Una “rete di salvataggio” posta all’interno del cranio, si chiama rete mirabilis, un fitto groviglio di piccole venuzze e capillari intrecciati tra loro. Immaginate di svitare il tappo di una bottiglia di acqua di due litri e capovolgerla per svuotarla. 

Provate ora ad immaginare di far passare quel flusso d’acqua attraverso un imbuto che è collegato con venti, trenta tubicini di plastica come quelli che si usano per i sistemi di irrigazione sui terrazzi. L’acqua finirà in entrambi i casi a terra, ma la prima bottiglia si svuoterà più velocemente e l’acqua arriverà a terra con veemenza. Nel secondo impiegherà molto più tempo e lo farà con molta più dolcezza. A rallentare la “caduta” del sangue alla testa anche una serie di valvole all’intero dei vasi sanguigni che, come paracadute, si aprono quando la pressione varia bruscamente.

Magoma gironzola nel recinto e poi fissa lo sguardo su di me. Mi emoziono mentre si avvicina languido. Quando il suo corpo si staglia alto su di me facendomi ombra, lo guardo con rispetto. Abbassa la testa per raggiungermi e mentre lo fa non posso fare a meno di pensare a quanti incredibili eventi stiano accadendo nel suo corpo per far in modo che continui a vivere. Proprio quando sta per sfiorarmi, il suo muso morbido devia leggermente sulla destra e si posa tra le mani di Alice. Lei mi sorride orgogliosa e io provo un po’ di invidia. È bello avere come collega una giraffa.

Il 21 giugno ricorre la giornata internazionale della giraffa per non dimenticare che anche questa specie è a rischio di estinzione. Considerata vulnerabile dalla IUCN, soprattutto a causa del bracconaggio per la carne, le pelli e per la distruzione dell’habitat.